lunedì 22 Aprile 2024

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Un viaggio nella storia economica dell’Italia con Gianni Toniolo

Autori: Beppi Tattara

La redazione di economia e società regionale ringrazia Bepi Tattara per questa nota in ricordo del Prof. Gianni Toniolo che, all’inizio degli anni Ottanta, quando era docente a Ca’ Foscari, partecipò alle prime attività di Ires Veneto, nel quadro dei collegamenti che l’Istituto cercava di tessere con i docenti delle Università di Venezia (Ca’ Foscari e IUAV) e di Padova più interessati alle questioni regionali e sindacali. Ne è testimonianza il saggio pubblicato nel n. 7 (1984) di oltre il ponte (che riprendeva un intervento svolto in una tavola rotonda in occasione della presentazione del volume Einaudi sul Veneto, curato da Silvio Lanaro) in cui Gianni Toniolo sviluppa una originale lettura del “Veneto come paradigma della storia economica d’Italia”

Ho cominciato a lavorare con Gianni Toniolo nei primi anni Settanta al laboratorio di Politica economica di Ca’ Foscari. Il Laboratorio non aveva un’autorevole direzione scientifica e noi giovani che lo frequentavamo eravamo lasciati interamente a noi stessi. Nella confusione di compiti e di idee intravidi un interessante spiraglio di studio nel campo della storia economica. Era questo un ambito portato avanti da Gianni, che aveva qualche anno più di me, che mi incoraggiò in molti modi, e con cui condivisi per lunghi anni lo studiolo al quarto piano di Ca’ Foscari nei locali della ex ragioneria. È stato un periodo di discussioni, progetti e anche di forti contrasti che hanno segnato gli anni della mia formazione, e che non posso dimenticare.

Gianni aveva studiato un anno ad Harvard con il prof. Alexander Gerschenkron e aveva approfondito la “nuova” storia economica o “storia quantitativa” o “cliometria” come si chiamava. Questa disciplina l’aveva appresa durante la tesi e poi in America dove un gruppetto di giovani economisti applicava l’economia e la statistica alla storia economica, per studiare le economie del passato. Erano giovani con una formazione economica e i loro lavori dimostrano come, in mani esperte, l’economia e la statistica possano risultare guide preziose alla logica e alla chiarezza dell’argomentazione tanto che i primi risultati di questi studi hanno messo in discussione assodati assiomi della storia economica americana.

In quei primi anni Gianni mi fece conoscere Pierluigi Ciocca, che aveva incontrato a Oxford e che, giovane direttore del servizio sconti in Banca d’Italia, con grande slancio e apertura stava introducendo la ricerca storica nella banca e ne condivideva l’impostazione metodologica. Entrambi operarono senza risparmio di energie per far decollare un gruppetto di storici ed economisti interessati a discutere alcuni aspetti del regime fascista, convinti dell’importanza della competenza economica per interpretare gli anni del passato. Nelle riunioni periodiche che facevamo a Roma i contribuiti dei ricercatori venivano sottoposti a un attento esame critico e vivacemente dibattuti. Erano gli anni in cui Renzo De Felice terminava di sfornare la sua opera omnia sul regime, opera in cui gli aspetti dell’economia erano del tutto assenti. Ma come si può parlare di “consenso” al regime senza analizzarne la base economica?

Dopo qualche tempo, Toniolo e Ciocca pensarono di offrire ai giovani storici economici italiani uno spazio dove poter pubblicare e si proposero di riprendere in mano la Rivista di Storia Economica che era stata diretta da Luigi Einaudi e aveva cessato le pubblicazioni con la guerra, nel 1943. Fu una trattativa lunga e complessa, ma alla fine la rivista riprese la luce nel 1984 e vive tutt’ora. L’accettazione dei contributi avveniva sulla base esclusiva del merito: tutti i lavori presentati erano letti da colleghi, commentati da referee anonimi e rivisti, cosa insolita per le riviste italiane di storia economica. Si era in questo modo creato un ambiente internazionale ‒ scrivevano studiosi stranieri, si pubblicava anche in inglese ‒ in cui i giovani si potevano addestrare e questo è stato un grande risultato, poco conosciuto, del paziente lavoro di Toniolo e Ciocca e degli amici che li sostennero, tra questi Stefano Fenoaltea che per molti anni fece il direttore editoriale. Non si attaccavano frontalmente le posizioni di potere accademico ma si aggiravano proponendo un’analisi moderna, scevra di pregiudizi ideologici, rigorosa nei contenuti. Un lavorio di lunga lena che ha portato i suoi frutti; lentamente le cose sono cambiate e ora sono numerosi gli storici economici che provengono da studi di economia, mentre all’inizio non ce n’era nessuno e noi, della vecchia guardia, ci facemmo largo nell’accademia vincendo i concorsi di politica economica e poi, eventualmente, spostandoci a storia. Un percorso indiretto, non privo di difficoltà.

L’intento del gruppetto di studio Banca d’Italia era quello di far dialogare storia ed economia, affrontare i problemi di storia economica come problemi di economia applicata, costruire un quadro macroeconomico “coerente” del Ventennio, rileggerne le statistiche, mettere in chiaro i fatti e proporne un’interpretazione. Forse la nostra visione era un po’ troppo “continuista”, ma costituiva comunque un bel passo avanti rispetto alla storiografia contemporanea.

Non so se riuscimmo nel nostro intento, certo da questi incontri Gianni trasse numerosi spunti per scrivere nel 1980, durante un suo soggiorno ad Oxford, L’economia dell’Italia fascista, facendo uso anche di interessante materiale archivistico. Un libro molto chiaro e ben scritto come tutti i suoi lavori, con una precisa scansione dei capitoli che rispecchia i temi economici sottostanti, dove i problemi del ventennio vengono esplorati sul terreno delle scelte di politica economica del regime, condizionato da vincoli di ordine interno e internazionale. Il tema dell’economia fascista è stato ripreso due anni fa dalla Rivista di Storia Economica che ha presentato nuovi interessanti risultati e ha riproposto molti degli interrogativi che erano stati avanzati 40 anni fa.

Seguì verso la fine degli anni Ottanta, un altro importante volumetto, pubblicato anche in inglese, dal titolo Storia economica dell’Italia liberale (1850-1918) che apre con una valutazione quantitativa dello sviluppo economico dell’Italia di cui discute le principali variabili (prodotto, consumo, investimento…) per passare poi a un resoconto cronologico dello sviluppo. Il libro tratta del livello di protezione dell’industria, delle politiche industriali dopo il 1880, con una sottolineatura del ruolo dello Stato nel promuovere la crescita. Questo non significa aderire alla tesi di Rosario Romeo che vedeva le premesse dello sviluppo nello sfruttamento del sovrappiù agricolo, sia perché il prodotto agricolo del ventennio postunitario era cresciuto modestamente in termini quantitativi, sia perché l’investimento nel capitale sociale, che avrebbe trovato la sua origine in questo sovrappiù, continuò ad aumentare anche negli anni seguenti e la sorgente di tale crescita va dunque ricercata altrove.

Questo testo si avvale anche dei risultati di un filone di studi che Gianni ha a lungo praticato e a cui ha dedicato rinnovata attenzione in anni recenti: l’interpretazione dello sviluppo italiano attraverso la stima della funzione di produzione aggregata. Questo metodo è interessante perché fornisce una misura del progresso tecnico, ricavata dall’analisi della produttività totale dei fattori della produzione (TFP). La TFP è definibile come la parte residua di output eccedente gli input di lavoro e capitale e viene calcolata sottraendo il tasso di crescita del lavoro e del capitale dal tasso di crescita del prodotto: una crescita della TFP significa che il prodotto cresce più che proporzionalmente ai fattori impiegati per ottenerlo e quindi il Paese passa ad una configurazione produttiva più efficiente. Non posso nascondere il mio scetticismo in merito a questo strumento perché non credo che le ipotesi eroiche su cui è stimata la funzione di produzione, unite alla scarsa qualità delle serie storiche dei dati sui fattori, possano costituire la base per un’analisi significativa del progresso tecnico nel lungo periodo.

D’altro canto, Gianni era perfettamente consapevole che il quadro economico è sempre complesso e gli eventi intricati richiedono una grande varietà di mezzi. Nei lavori di Gianni trovano posto gli strumenti della moderna economia applicata, con le sue ‒ a volte inevitabili ‒ schematizzazioni, cui si sono aggiunti, mano a mano che il tempo passava, numerosi documenti d’archivio con cui l’autore corrobora i risultati dell’analisi quantitativa e vi dà spessore. Molti sono stati gli archivi presi in esame: quelli della Banca d’Italia, del Credito italiano, della Commerciale, dell’Iri, di Thaon de Revel ed altri ancora.

La frequentazione di Banca d’Italia e il trasferimento a Roma, come abitazione e come insegnamento a fine anni Ottanta, furono caratterizzati da una rinnovata, grande attenzione alla storia della banca centrale e del sistema bancario in generale, argomenti che mi trovavano più distaccato, dato che i miei interessi si erano volti altrove. Gianni ha scritto molto sulla storia delle banche, la sua analisi storica ha perso molto dell’iniziale vena quantitativa e modellistica ed è diventata più attenta alle istituzioni, pur mantenendo alla base un forte riferimento al contesto economico nazionale ed internazionale in cui le banche si trovavano ad operare. Credo che questi studi che si estendono per un trentennio rappresentino la parte più significativa e matura della sua produzione scientifica. Ricordo l’uscita nel 1995 della Storia del Banco di Sardegna e qualche anno dopo con Marcello De Cecco La storia della Cassa Depositi e Prestiti dal 1850 al 2000 e diversi volumi sulla Banca d’Italia.

L’ultimo libro che ha scritto, La storia della Banca d’Italia. Formazione ed evoluzione di una banca centrale (1893-1943), primo, ponderoso volume, uscito per le edizioni de il Mulino nell’ottobre 2022, a cui a breve se ne sarebbe dovuto aggiungere un secondo, in qualche modo riassume molta della produzione precedente di Gianni. Si tratta della progressiva trasformazione di un istituto di emissione ottocentesco in una moderna banca centrale, come emerge dall’esame delle politiche monetarie, della gestione delle crisi bancarie, dell’attività di vigilanza, dei rapporti con i governi e con le banche centrali straniere, ma anche dai mutamenti istituzionali e organizzativi, dal ruolo nell’economia di guerra, nell’azzardata rivalutazione del cambio a “quota 90”, nella grande crisi e nei salvataggi dell’industria. L’analisi non trascura le persone; un capitolo è dedicato a Cavour, uno a Stringher e molto spazio hanno i rapporti con i banchieri centrali di altri Paesi.

Certo la storia economica non consiste nello studio dei numeri più di quanto consista nello studio di persone e idee. Né la storia può essere limitata all’uso delle variabili che possono essere quantificate nella teoria economica e di ciò quest’ultimo volume è testimonianza matura ed eloquente.

È stata quella di Gianni una vita dedicata alla disciplina e al modo di fare storia con una profonda conoscenza dell’economia, che ha aperto un’epoca; è stato uno tra i primi in Italia a percorrere questa via. Ha vissuto e operato in un universo aperto a rapporti con studiosi internazionali. Ha scritto sulle riviste più importanti della disciplina, è stato co-editor dei Cambridge Studies in Modern Economic History, ha coordinato molti progetti di ricerca e ha insegnato per 15 anni al di là dell’Atlantico, alla Duke University. È stato uno dei pochi storici economici italiani con uno standard internazionale che metteva volentieri al servizio dei più giovani che incoraggiava a fare un periodo di studio all’estero, prendere anni sabbatici e studiare. È stata la sua una lotta per dare uno sguardo nuovo alla storia economica, disciplina che nei primi anni Settanta appariva chiusa ad ogni fermento di novità e alla cui soglia di ingresso si affollano oggi tanti giovani con una buona preparazione economica oltre che storica. Un cambiamento che in larga misura è stato il risultato dell’azione di Gianni, fatta assieme di lucidità e di perseveranza accompagnate da apertura mentale e da un rigoroso impegno scientifico.

Bepi Tattara

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